Flick Flock
La più conosciuta, copiata e riprodotta in diverse versioni musicali in tutto il mondo, “Flick Flock” rappresenta iconograficamente, nella cultura di massa, l’inno vero e proprio del Corpo dei Bersaglieri. Espressione nel tempo e nella storia delle gloriose gesta dei Fanti piumati e del loro impeto sui campi di battaglia. Le sue origini, avvolte nella leggenda, ci riportano nella lunga nottata che precedette la presa di Roma il 20 settembre 1870. Secondo fonti accertate, invece, la versione ufficiale così come la conosciamo oggi fu arrangiata nel 1886 del maestro Raffaele Cuconato sulla precedente versione musicale dell’inno composto nel 1860 dal giovanissimo ufficiale dei Bersaglieri, Giulio Ricordi, con testo del poeta Giuseppe Regaldi. Da quel momento tutti la conoscono come la “Marcia dei Bersaglieri”.
Marcia di Ordinanza
E’ forse uno dei componimenti più antichi appartenenti ai Bersaglieri. Pare addirittura che risalga al 1838, appena due anni dopo la fondazione del Corpo, e che sia stata scritta dal Maestro Bartolini. Lungo i vari decenni e soprattutto di recente non è stato possibile ricostruire il testo nei suoi versi originari, in quanto ogni Battaglione possedeva la sua versione cantata con parole differenti. Per lo stesso motivo si sono riscontrate notevoli difficoltà, inoltre, per l’assegnazione di un titolo. La versione conosciuta e riprodotta attualmente sembrerebbe avvicinarsi fedelmente all’originale. Resta il dilemma del titolo che ancor’oggi varia da “Bella non piangere” a “Mamma non piangere”, oppure “O bella brunettina”.
Alla fronte il Cappello piumato
In quasi duecento anni di Storia rimane il più riconoscibile emblema del Corpo dei Bersaglieri in tutto il mondo, il simbolo più sentito delle sue tradizioni. Il 18 giugno 1836 il Sergente furiere Giuseppe Vayra ebbe dall’allora Capitano Alessandro La Marmora il compito di indossare, per primo, l’uniforme dei Bersaglieri Carlo Alberto di Savoia perché venisse approvata insieme alla richiesta di dar vita a una prima Compagnia nell’Armata Sarda. Fu lui a concepire il caratteristico cappello adornato di piume di gallo cedrone dalle sfumature verdi e bluastre affinché rappresentasse plasticamente ardore e impeto, prontezza nello slancio e resistenza nella corsa. Nacque così un canto celebrativo, un inno al cappello piumato emblema della promessa di ogni Bersagliere verso la Patria. Un continuo giuramento di fedeltà e amore tramandato nell’eroico racconto delle valorose gesta dei fanti piumati dall’Alpi a Sicilia passando per Goito fino a Porta Pia.
Il mio amore è un Bersagliere
Una divertente canzonetta edita nel 1941 composta dal maestro Dino Olivieri su testo di Nisa, pseudonimo di Nicola Salerno, paroliere e compositore italiano. La sua massima diffusione, però, avvenne presso tutti i vari Reggimenti bersaglieri nel secondo dopoguerra. L’elaborazione per fanfara con l’adattamento nella versione che conosciamo oggi fu curata, come tante altre, dal maestro Leandro Bertuzzo Capo fanfara del 3° Reggimento. Le parole del brano inneggiano all’amore fedele di un Bersagliere nei confronti della sua “ricciolina”.
Il Reggimento di Papà
In queste parole il racconto struggente della guerra vista dagli occhi di un bambino in quella che forse è la più bella dedica a tutti i Papà Bersaglieri. La musica è di Pedro Fuentes, le parole di Mario Valabrega. Fu elaborata nel 1940 quando gli autori, appartenenti al 4° Reggimento Bersaglieri, si trovavano sul fronte greco-albanese. Il titolo originario era, appunto, “Al Reggimento di Papà” tramutato nei decenni ne “Il Reggimento di Papà”. La storia narrata è ambientata nell’Italia della Grande Guerra, in una canzone che esprime il senso di continuità degli ideali di Patria e di Onore legati proprio a quelle eroiche gesta. Rileggendo tra le righe si figura l’immagine del Papà Bersagliere che si rivolge al suo bambino stretto tra le braccia della mamma per assicurargli il suo ritorno. “Parte col cuor contento che il sangue suo lieto darà”. Ritorno che a lui fu stesso fu promesso da un Papà soldato partito per le trincee sui confini italiani e mai tornato a casa. “Torna il Reggimento ma non ritorna più Papà.” Nei momenti più bui di una Nazione, il ricordo del coraggio e delle valorose gesta di quegli uomini, contribuiscono a mobilitare le energie migliori, attraverso la fede che ogni padre ha saputo trasfondere nell’animo del proprio figlio.
La Ricciolina
Per la sua storia e per la tenerezza delle sue parole è rimasta per un secolo la marcia più amata. Ogni bersagliere di ogni epoca e di ogni età, in servizio o in congedo dalla Grande Guerra ad oggi ne conosce il testo. Durante le grandi manifestazioni e raduni è il brano più riprodotto dalle fanfare. I suoi versi, composti in trincea tra il 1917 ed il 1918 probabilmente proprio da un Bersagliere partecipe di una delle cruenti battaglie combattute sul Massiccio del Grappa – a pochi passi dalla linea del Piave – racconta nell’orrore della guerra il suo desiderio di incontrare e di innamorarsi di una giovane fanciulla, una “ricciolina” appunto, con la quale far nascere una storia d’amore e di passione. In quei versi tutta la tenerezza di quei ragazzi di vent’anni costretti a partire per il fronte e che ritrovatisi in mezzo al fango e alla neve, consolavano le loro giornate attraverso pensieri e bei ricordi che spesso li riconducevano alle loro madri, ai loro amici, alle loro case lontane, al loro amore abbandonato.
Inno dei Bersaglieri ciclisti
Le parole e la musica di questa canzone, che risale al 1914, sono di Camillo Liberanome, ufficiale dei Bersaglieri, tra i primi assegnati ai nuovi reparti ciclisti. Con questo canto, egli incitava i suoi Bersaglieri dell’8° Battaglione Ciclisti, spingendoli all’assalto delle truppe nemiche. Camillo Liberanome morì in battaglia nel 1916 proprio alla testa dei suoi Bersaglieri. Questa marcia divenne in poco tempo un vero e proprio inno per tutti i Battaglioni ciclisti nel Primo Conflitto mondiale. Durante il ventennio, ebbe un destino beffardo in quanto fu adottato dalle camice nere che ne cambiarono il testo a loro piacimento. Per questo motivo alla fine della Seconda Guerra mondiale e con la nascita della Repubblica, il brano venne volutamente accantonato e gettato nel dimenticatoio. Furono le fanfare in congedo della Associazione Nazionale Bersaglieri che attraverso il racconto dei reduci ne recuperarono il testo e la melodia riportando, di fatto, alla luce uno degli inni bersagliereschi più belli.
La Carettiana
Ufficialmente è riconosciuto come Inno al Terzo. Ma per tutti i Bersaglieri è la canzone di Papà Caretto. Si tratta di omaggio straordinario e solenne racchiuso in un’opera lirica composta dal maestro e Capo Fanfara Leandro Bertuzzo. “Papà” è la parola che i figli usano per indicare l’uomo che li ha concepiti. Per lo stesso motivo, i Bersaglieri, storicamente indicano il loro fondatore, il Generale Alessandro La Marmora, come “Papà Sandrin”. Soltanto ad un altro uomo, ad un altro Bersagliere, è stato concesso questo privilegio tanto da elevarlo alla pari dello stesso La Marmora. Sembra che i Bersaglieri del 3° Reggimento partiti al fronte con il Corpo di Spedizione italiano in Russia (CSIR) ravvisassero questo tipo di comportamento nel loro Comandante divenuto una figura paterna sui campi di battaglia tanto da essere appellato come “Papà Caretto”. Pluridecorato eroe di guerra, assunse il comando del 3° Reggimento Bersaglieri nell’ottobre del 1940 e lo mantenne fino alla sua morte avvenuta in Russia il 5 agosto del ’42 a causa delle ferite riportate ad una gamba in combattimento. Per lui, Medaglia d’Oro al Valor Militare, i suoi Bersaglieri cantano, con toni lirici, i loro profondi sentimenti di attaccamento e fedeltà al Comandante, al Reggimento ed alla Patria.
Vent’anni allegramente
La corsa agli armamenti, con il conseguente scoppio della Seconda Guerra mondiale, vide un sostanziale incremento e trasformazione dei Battaglioni Bersaglieri trasferiti e inquadrati in diverse Brigate e Divisioni corazzate, motorizzate e così via. Ricomparvero anche i reparti di Ciclisti, nati già nel 1914 e da poco ricostituiti nel ‘36. Scritta dai marescialli Cataldo e Cozzi, questa è una marcia allegra e vivace, caratterizzata da un ritmo veloce che ben si adatta a questo nuovo mezzo, adottato dai fanti piumati. Nel testo tutta la goliardia dei giovinetti freschi di leva che lasciate le case lontane si ritrovarono immersi in una realtà quasi festante delle città che li accolse. Non manca, come sempre, la presenza di qualche “ricciolina” di troppo, vere protagoniste delle loro prime vittorie sul campo.
Passo di Corsa
Si tratta forse della più antica marcia tradizionalmente riconducibile alla fondazione del Corpo nel lontano 1836. I primi trombettieri di questa neo nata specialità utilizzarono queste note durante la carica poiché facilitava il ritmo nella corsa e la tenuta del passo. Certo, è emozionante, pensare che questa stessa marcia ancora oggi icona del bersaglierismo in tutto il mondo, sia stata ascoltata a “passo di corsa” dallo stesso Generale La Marmora e dal suo 1° Battaglione di Bersaglieri a Torino. Essa racchiude in sé tutta la dottrina pura del Decalogo di cui ogni Bersagliere si cinge al suo ingresso in caserma. Proprio nelle caserme, durante il periodo di leva è nata anche una versione cantata, espressione di goliardia e vivacità, conosciuta come “Dai dai fai morir/ Dai dai fai crepar”.
Cuor di Bersagliere
Testo e musica sono del maestro Leandro Bertuzzo, il quale ne ha composta anche una versione per tromba solista. A ricordo dell’amico Sottotenente Riccardo Lo Russo, reduce dalla Russia, con il 3° Reggimento Bersaglieri. Massima espressione di ardimento e di coraggio, nei suoi versi il brano racconta, quasi come in un poema epico, le gesta di quei valorosi fanti piumati partiti per le gelide e innevate radure della steppa. La stessa melodia in un andamento veloce e allegro sembra rimarcare il ritmo irrefrenabile della corsa dei reparti ordinati per l’assalto in un improvviso uragano di colpi di cannone e di mitraglia nel furore di una battaglia combattuta corpo a corpo. Nella parte finale un omaggio glorioso a tutti i Caduti nella disastrosa spedizione in Russia, i quali appaiono intenti a marciare tra le fitte schiere degli Eroi nel turchino dei Cieli allo scopo di vegliare per una pace duratura.
La Variata
Questo stupendo pezzo, cavallo di battaglia di ogni fanfara, mette in evidenza l’abilità e l’estro musicale del solista, alla quale si unisce il controcanto dei baritoni che dialogano con le trombe con una tale potenza da far venire i brividi. Alcune fonti non accertate rimandano la composizione di tali virtuosismi di tromba al celebre Nini Rosso, autore di altri straordinari brani tra cui il Silenzio fuori ordinanza.
